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CISIS
09/03/2011
OpenData - spunti di analisi dal rapporto RIIR

L’inizio di una nuova corsa all’oro!

Nel corso del secondo periodo della rivoluzione industriale (dopo il 1830 circa) il miglioramento nella rete dei trasporti; dei mezzi di comunicazione (che aiutarono il diffondersi delle notizie); l’aumento di forme di malcontento sociale e un sistema monetario internazionale basato sull'oro, spinsero migliaia di persone ad abbandonare il monotono lavoro quotidiano nell’industria e a viaggiare verso nuove mete alla ricerca di nuovi e ben auguranti scenari di una vita migliore. Iniziò la corsa all’oro, alla conquista di nuove posizioni: economiche, sociali e lavorative.
Oggi siamo nella terza fase della rivoluzione industriale, ma non molto diversa è la situazione generale. Negli anni la corsa all’oro si è trasformata in una più avvincente corsa al petrolio, alle risorse naturali all’uranio.  Sulla proprietà e sul possesso dei giacimenti si sono giocati e si continuano a giocare gran parte degli equilibri mondiali.
A colpi di ingegneria finanziaria si è tentata una strada parallela alla sostenibilità dell’economia mondiale, ma con risultati che stiamo pagando a caro prezzo per i virus della speculazione e della inconsistenza degli strumenti economici e finanziari  che hanno danneggiato le casse dei singoli risparmiatori.
Se questa è la realtà, altrettanto reale è quanto oggi si sta verificando in alcuni Paesi del mondo anglosassone (USA e UK in testa) e del nord Europa sulla identificazione dei giacimenti di dati pubblici come ricchezza di un Paese, come volano di sviluppo dei territori.
In realtà la messa a disposizione di dati da parte della PA a favore dello sviluppo di nuove business va letta in un’ottica di miglioramento dei servizi, di efficacia e trasparenza dell’azione pubblica, di partecipazione del cittadino alla gestione della “cosa pubblica”; lungi da chi scrive il pensare che i giacimenti di PSI (public sector information) siano paragonabili ai giacimenti di petrolio e di preziosi e quindi in grado di reggere un’economia nazionale e/o mondiale. Con i soli dati, infatti, non si produce energia; non si alimenta il sistema monetario.
Allo stesso tempo però è vero che i dati detenuti dalla pubblica amministrazione e dagli organismi pubblici rappresentano una miniera di ricchezza ancora non valorizzata; rendendoli disponibili si ottimizzano i processi amministrativi interni alla PA e si aprono nuove opportunità per la creatività del mercato e dell’impresa. Da qui la metafora della apertura dei giacimenti di PSI al pari di una nuova corsa all’oro.
Nell’Italia delle Regioni, come evidenzia il rapporto RIIR, il Piemonte è la prima in corsa all’open data nella convinzione che i dati devono essere a disposizione di chiunque senza discriminare né l’utilizzatore né l’utilizzo; il loro prezzo deve essere calcolato sul costo marginale di distribuzione che su Internet è tendente a zero; i dati pubblici devono essere protetti da licenze, preferibilmente standard, che limitino il meno possibile gli utilizzi […].
La Regione Piemonte sulla base di queste convinzioni ha definito due strumenti: le linee guida, quale dichiarazione d’indirizzo dell’amministrazione regionale che sancisce il diritto ai dati e il principio di disponibilità online; il portale dati.piemonte.it che offre agli utenti un catalogo di dati in formato aperto, attraverso cui attingere informazioni e partecipare attivamente allo sviluppo di applicazioni.
Per dirla con le parole del Direttore Innovazione, Università e Ricerca della Regione Piemonte, Roberto Moriondo “… il Piemonte è in questo momento un apripista rispetto ad un movimento che, ad oggi, è ancora culturale e di nicchia e non si è tradotto in modalità concrete di azione a livello nazionale. L’amministrazione piemontese ha scelto di fare un passo iniziale, deciso ma ponderato, augurandosi che questo possa creare le condizioni perché anche altre Regioni prendano l’esempio, iniziando a collaborare, come già sta succedendo, in un’ottica di integrazione, condivisione, miglioramento continuo”.
Un piccolo gruppo di Regioni, in ambito CISIS, si sta coagulando intorno all’iniziativa piemontese per dar vita ad un primo confronto interregionale sul tema ed aprire in breve tempo una breccia che consenta di traguardare obiettivi concreti di crescita economica dei propri territori, di trasparenza ed efficientizzazione dell’amministrazione pubblica, attraverso una strategia condivisa dell’open government e dell’open data in particolare.
In tal senso, la cooperazione applicativa può rappresentare l’elemento aggregante, in quanto infrastruttura unica attraverso cui favorire l’estrazione, il trasporto e lo scambio dei dati tra amministrazioni per alimentare portali dedicati all’open data da cui inaugurare lo start-up della corsa all’oro.
Insomma, la cooperazione applicativa può essere intesa come la moderna infrastruttura composta di argani, castelletti, binari e carrelli tipici del mondo minerario. Tuttavia, essa non è da sola sufficiente.
In questa complessa operazione è necessario contemperare gli aspetti normativi e quelli economici e fiscali. Il D.lgs 36/2006 e la successiva Legge n° 96 del 2010 se, da un lato, aprono in Italia al riutilizzo dei documenti contenenti dati pubblici; dall’altro, non facilitano l’interazione esistente con la disciplina sull’accesso (ex L. 241/90) e sulla protezione dei dati. Allo stesso modo ancora aperta è la valutazione di introdurre licenze standard di creative commons e regimi tariffari allineati al costo marginale o al recupero dei costi di lungo periodo (costi medi); per quanto la Direttiva 2003/98/EC, su questo ultimo aspetto, abbia tratteggiato la necessità di un recupero diretto dei costi sostenuti, eventualmente maggiorato di un quid “congruo e utile”.
Si tratta, dunque, di elementi caratterizzanti la corsa all’open data su cui il dibattito è aperto e su cui le Regioni possono fornire un contributo rilevante specie se in veste di pioniere del tema e se in grado di inserire il tema nell’agenda pubblica di una strategia unitaria.

di Giovanni Damiano
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