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CISIS
09/03/2011
Identità nazionale - Il Rapporto RIIR -
La cooperazione applicativa è senza dubbio un’innovazione rilevante per la Pubblica Amministrazione italiana che come tutte le amministrazioni pubbliche europee, nasce con un imprinting organizzativo burocratico che nel tempo è involuto verso l’eccesso al “fare amministrativo”, prevalentemente come mero adeguamento ad un dettato normativo....

Il rapporto RIIR evidenza come la cooperazione applicativa rappresenti per il Paese una soluzione di semplificazione dei processi e di raccordo dei diversi livelli istituzionale ed amministrativi, poiché ne consente una nuova forma di dialogo interistituzionale essenziale per rispondere in modo integrato e coordinato alle esigenze interne, di gestione dei back-office; ed esterne, di risposta ai fabbisogni dell’utenza con servizi finali integrati in rete in modalità trasparente ed unitaria.
In particolare, dal rapporto emerge come le regole del SPCoop offrano una risposta tecnologica ed organizzativa allo status quo della PA italiana e alla necessità di applicazione positiva del principio di sussidiarietà; garantendo ai sistemi informativi di Comuni, Province, Regioni ed altri organismi pubblici di inter-scambiare automaticamente dati e servizi in tutta sicurezza (conoscendo l’identità del soggetto erogatore/fruitore del dato) e qualità dei flussi informativi (assicurando la disponibilità del dato semplicemente all’interno di un processo amministrativo trasparente).
I progetti ICAR ed ICARPlus hanno assunto una funzione cruciale nel dispiegamento dell’Spcoop sui territori regionali, poiché hanno fornito alle Regioni, rispettivamente, attraverso un’azione corale e cooperativa l’opportunità:
• di completare e consolidare l’infrastrutturazione dei propri sistemi informativi, sviluppando specifiche tecniche condivise delle componenti infrastrutturali (porte di dominio, registri servizi, identità federata, ecc.) e condividendo risorse e know how per migliorare l’intero sistema;
• di valorizzare i risultati del progetto ICAR sui propri territori, diffondendo la cultura della cooperazione applicativa e monitorando la stato di dispiegamento dell’Spcoop.

Nella fattispecie, proprio attraverso i dati dell’Osservatorio ICARPlus 2010 il RIIR evidenzia come l’interoperabilità non è da intendersi solo come mera erogazione e fruizione di servizi applicativi tra due o più porte di dominio; ovverosia che non è sufficiente predisporre le porte di dominio per garantire l’interoperabilità applicativa tra sistemi informativi diversi.
Infatti, la mera comunicazione tra le porte di dominio non è da sola sufficiente a garantire l’integrazione tra i back office, ma necessità della gestione semantica delle informazioni scambiate; dell’allineamento tra i processi di lavoro, le architetture dell’informazione e gli obiettivi delle organizzazioni sulla sicurezza del servizio (intesa in termini di qualità del servizio erogato e fruito e di riconoscibilità e verificabilità delle identità degli accessi).
I dati sul dispiegamento, dunque, se da un lato ci indicano che le porte di dominio sono in esercizio in 17 Regioni e nelle 2 Province autonome di Trento e Bolzano, e di queste solo 6 sono ancora da qualificare presso DigitPA; dall’altro ci testimoniano come poco più della metà delle Regioni (11) abbia stipulato accordi di servizio, proprio perché il processo di definizione di un accordo è un processo che concettualmente deve essere ancora metabolizzato nella sua interezza all’interno delle amministrazioni, e abbisogna di un opportuno periodo di sperimentazione che trova compimento anche nella definizione di un piano di dispiegamento delle porte di dominio presso gli enti locali del territorio regionale che non a caso è stato realizzato solo in 8 Regioni.
In linea di massima il piano di dispiegamento delle porte è funzionale ad una strategia più ampia di dispiegamento dell’SPCcop sul territorio e quindi ad una strategia d’azione della singola Regione rispetto al miglioramento dell’efficacia del proprio agire pubblico nelle singole filiere tematiche (sanità, catasto, fiscalità, ecc).
In tal senso, non trova ancora dimensione quantitativa il dato di diffusione del modello di identità federata, nonostante le Regioni aderenti ad ICAR abbiano sviluppato insieme il modulo di gestione federata dell’identità, coerente alle regole SPC. Infatti, la scelta di operare con un sistema federato delle identità digitali è cassa di risonanza di come una Pubblica amministrazione intenda qualificare il proprio back office e front-office.
La gestione dell’identità digitale è un tema rilevante sia per chi la gestisce sia per chi ne è titolare. Chi gestisce un sistema di “Identity Management” lo fa per mantenere il controllo e garantire la sicurezza degli accessi, chi possiede una identità digitale desidera tutelare la privacy dei dati, desidera garanzie sul corretto uso, desidera sicurezza contro l’eventualità di un furto. Per queste ragioni, i servizi disponibili in SPC operano secondo diversi livelli di gestione delle identità digitali:
• servizi che non richiedono alcuna identificazione o autenticazione;
• servizi che richiedono l’autenticazione in rete da parte di un’autorità di autenticazione;
• servizi che richiedono, per le persone fisiche, l’identificazione in rete da parte di un’autorità di identificazione;
• servizi che richiedono per gli utenti, oltre all’identificazione, l’attestazione di attributi e/o ruoli, che ne qualifichino ulteriormente le funzioni e/o i poteri.
Il sistema GFID di gestione dell’identità federata in SPC prevede, in particolare:
• l’accreditamento e la validazione all’interno del dominio federativo;
• la pubblicazione degli enti che ricoprono il ruolo di certificatori/validatori delle identità digitali e dei ruoli;
• la definizione di un insieme di accordi (policy) che comprendono un modello comune di cooperazione all’interno della federazione;
• la definizione delle responsabilità nell’ambito della cooperazione, utilizzando gli accordi di servizio;
• servizi di federation gateway e profile autority.

Per far fronte a queste esigenze, gli enti che costituiscono la PA e che si affacciano in SPC con le proprie porte di dominio devono far evolvere i propri sistemi informativi in direzione federata. Tra i progetti regionali di interoperabilità e cooperazione applicativa censiti dall’Osservatorio Icar Plus nel 2010 solo il 13.5% afferiscono il tema dell’identità digitale e sono nella maggior parte stati avviati dalle Regioni del centro-nord (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, P.A. Trento, Toscana, Umbra e Valle d’Aosta); la Puglia emerge come eccezione.
Si tratta in sostanza di passare da una procedura di autenticazione che permette all’utente di dimostrare il possesso di un dato “segreto” noto solo a lui e all’ente (identity management locale); ad un approccio, appunto federato, in cui l’ente ripone fiducia nell’assunzione di responsabilità da parte di un identity provider che riconosce l’utente (identity management delegato). Si crea cioè un circle of trust, un ambito fiduciario che sgrava i domini delle P.A. dal compito di identity e attribute provisioning, perché questo compito è svolto da domini specializzati di certificazione (accreditati e convalidati all’interno dell’ente).
Affinché ciò si renda possibile è necessario che rapidamente si formalizzino a livello nazionale delle authority che certifichino gli attributi e i ruoli, a partire da quegli enti che per primi hanno nella propria attività istituzionale la certificazione di un attributo; ad esempio gli albi professionali. Ciò consentirebbe la chiusura di un cerchio, tra iniziative progettuali in corso e policy, essenziale per dare concretezza al tema e fornire gli elementi fondativi della logica sottostante alla federazione delle identità.

di Giovanni Damiano

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